Bentornati! In questo nuovo numero vi propongo le migliori uscite delle prime due settimane dell’anno nuovo.
Un appuntamento quantitativamente scarno ma già contornato da almeno un paio di chicche di cui sentiremo sicuramente parlare fino alla fine del 2025, nonché caratterizzato da ben tre progetti nostrani che mi hanno fatto particolarmente gasare.
di Ethel Cain
Uscita: 08/01/2025 |
Genere: Dark Ambient / Drone / Experimental-Rock
Uscita “sophomore” di Ethel Cain, che sembra già essere una delle uscite di cui sentiremo più parlare durante l’anno. Rispetto al già interessante Preacher’s Daughter del 2022, nel quale il tipico cantautorato alla americana si issava padrone, qua ci troviamo di fronte ad un album sicuramente difficile, alienante e di un’intensità non proprio congeniale alla quotidianità. Quello che va riconosciuto all’interno di un’esperienza claustrofobica come questa, caratterizzata da tracce lunghe e anche musicalmente distese, è la capacità di costruire collages di immagini e sonori che sembrano usciti da un museo memoriale di una qualche civiltà andata perduta. In questo museo ciò che vi sta al centro è un corpo totalmente vulnerabile alle pulsioni, alla vergogna, all’impotenza, ad un amore che nella traccia Housofpsychoticwomn riesce ad assumere entrambe le faccie dell’ossessione e dell’oblio. Questo progetto va visto come una sorta di esposizione, una mostra sonora, la quale angosciante scandisce 89 minuti di pura e rarefatta bellezza bipolare. Sincero e brutale.
Oh si! Semplicemente Punk-Rock britannico di primissimo livello a segnare un debutto degno di nota che suona tutto tranne che un esordio. Già notate da Iggy Pop (con il quale hanno fatto una cover di Personal Jesus dei Depeche Mode), questa wo-piece di Brighton ci catapulta sotto il palco con un mix di tracce politicamente pregne, dinamiche e richiamanti concretamente formazioni come Amyl and The Sniffers, Petrol Girls, SPRINTS, e i francesi We Hate You Please Die. Who Let The Dogs Out è anche in qualche modo già un disco molto tecnico, sicuramente completo, in grado di variare dalla secchezza dei primi due singoli ai più “melodici” riff di You’re Not From Around Here o ancora alla sonicità di pezzi come Filthy Rich Nepo Baby e Love. Sarò sincero in quest’ultima ci ho sentito anche un pò dei primissimi Idles e Ditz. La forma è quella canonica, nonché composta da un basso distorto e riff eclettici, eterogenei, rimbalzanti tra angolarità post-punk e tratti più “intonati”. Contraddistinto da un sarcasmo pungente e, come già citato, da testi estremamente politici capaci di spaziare dai privilegiati monopoli dell’industria musicale e la gentrificazione alle disuguaglianze del mercato del lavoro e ancora i casi di violenza delle forze dell’ordine (vedi caso Sarah Everard). In più il disco chiude la propria cornice con un chicchetta semi synth-pop e beat quattro quarti, che sì sembra ammiccare leggermente al mainstream non fosse per il dissacrante testo. Come si dice da quelle parti, “the future is bright” per le Lambrini Girls.
Post-Hardcore variopinto capitolino. Una freschezza derivante da una strumentale che non inchioda per uscire al primo sbocco ma bensì devia leggermente su più sfumature quali Math-Rock, Post-Rock, Noise e Psychedelic. Non si fanno in tempo a scorgere Unwound e Mogwai che sbucano Lightning Bolt e black midi, perché no i nostrani Huge Molasses Tank Explodes o gli Horse Lords. Veramente figo. Poi vabbè copertina spaziale.
Luigi Pianezzola da Bassano del Grappa, in arte TORBA, già chitarrista dei Bruuno e presente nel touring ensemble del compianto e gigantesco José Luis Vazquez, detto anche The Soft Moon, partorisce una sequenza biforcata di industrial e darkwave che spiazza per potenza e, appunto, plot twist. Se le tracce fino a CADUTA rimangono in qualche modo all’interno di una staccionata congeniata al ballo, al perdersi e il ritrovarsi in sonorità club oscure, in distorsioni e in parentesi di Reznor, Giant Swan e dello stesso The Soft Moon, quello che succede dopo è di tutt’altra struttura. Si risveglia infatti un immaginario totalmente strumentale e mesto, di praterie più note ai Death In Vegas, ai Beyond The Wizards Sleeve o ai SUUNS. Il punto di forza di II è infatti l’amalgamarsi cordiale di questa Darkwave, ben oliata dalla scena Swamp Booking per intendersi, ad un segmento più “autoriale” nel quale sfociare e con il quale la stessa prima parte finisce per giovarne venendo risaltata da uno stacco netto e distintivo.
di Francobeat Genere
Uscita: 10/01/2025 |
Genere: Indie / Electro-Pop / Experimental
Lo dico senza paura. Ad oggi il mio album preferito dell’anno! Scherzi a parte, questo è davvero un progetto commovente per quanto concerne un’idea di musica ormai di rara manifattura. Francobeat inizia la sua carriera a metà anni 2000 e si dedica a tre progetti concettuali: il primo, Snowdonia, esce nel 2006 ed è dedicato alla beat generation italiana; Mondo fantastico, del 2011, si basa sulla poetica e sulla figura di Gianni Rodari; infine Radici, uscito nel 2014, ovvero la musicalizzazione di testi scritti dai residenti di un ospizio per disabili mentali. Dopodiché, sotto lo pseudonimo Naddei prende una piega più elettronica. A quasi 10 anni dall’ultimo progetto sotto l’alter ego Francobeat, arriva una piccola cometa. Amour automatique è sì un disco che combina cantautorato, elettronica, sperimentale, jazz e afrobeat, ma è soprattutto un'introspezione priva di interdizioni morali. Le melodie, soprattutto vocali, ricalcano in qualche modo il pop ma prendono ogni possibile deviazione pur di rifuggirne dai canoni. Il percorso sembra leggermente incepparsi nell’alternarsi sonoro delle prime quattro tracce. La title-track e Bocche scorrono imperterrite e l’album perde un filo di ritmo con Se rinasco e La notte (a mio avviso i due pezzi più deboli del disco); da lì in poi la tavola si apparecchia da sola con singoli uno più bello dell’altro. L’ironia lirica e l’uso del suono della parola stessa richiama in qualche modo Dario Fo. Battiato è chiaramente dietro l’angolo, così come Laurie Anderson e il periodo più sperimentale di David Byrne. Però ecco forse è l’ultimo album in cui mi soffermerei a parlare di influenze, essendo che l’operato in questione è scevro da ogni tipo di schietto richiamo. Volutamente stonato, ricco e dannatamente ballerino, colorato e più oscuro quasi a comando. una narrazione quasi romantica, capace di sfondare ogni parete e retorica in quanto lontana chilometri dalle banalità di un certo tipo di scrittura. Il finale di Blue Velvet. Mi affeziono ai dischi quando riesco a coglierne il beneficio nel viverci. Sì, commovente.
di Haunted Horses
Uscita: 10/01/2025 |
Genere: Industrial / Noise-Rock / Post-Hardcore
Un mix di industrial e Noise-Rock non originalissimo ma di estrema grazia. L’ormai trio di Seattle (dal 2021 si è aggiunto infatti il bassista Brian McClelland), Haunted Horses, arriva al quarto disco e tira fuori una perpetua abrasione martellante e gotica. L’uso della voce di Colin Dawson ricorda in qualche modo i The Birthday Party e i Bauhaus; i richiami cimiteriali, appunto gotici, sono ovunque e a sto giro l’intera durata di Dweller ruota attorno a basso, tastiere e batteria, lasciando in disparte il ruolo della chitarra, impugnata in passato dallo stesso Dawson. Di conseguenza il disco è particolarmente ipnotico e rimbombante. Volendo, tracce come Fevered Water evocano leggermente i Queens of the Stone Age, tanto viscerale quanto sporca. La furiosa estetica del gruppo esplode invece in brani come Fucking Hell e Destroy Each Other. Diciamo che questo è un bel discone Dark carnival-Goth con il quale brindare a tutto tranne che ad un “Buon Anno”.
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OltreFrequenze 01/01/25-16/01/25